martedì 19 aprile 2011

GULFORA





GULFORA



Il sole era tramontato ormai da diverse ore ma la calda notte di inizio estate era illuminata, oltre che dalle lucenti stelle che ricoprivano il cielo totalmente sgombro da nubi, dai candidi dischi delle lune. La grande Isil era in pieno plenilunio, mentre la piccola Ansil avrebbe raggiunto il suo massimo splendore in poche notti.

Le ultime braci del fuoco usato per cuocere la cena stavano lentamente spegnendosi. Due degli uomini si erano già assopiti lì accanto, riparati dietro due mantelletti a ruote posizionati a punta di freccia verso il declivio minore della verde collina, la cui cima sovrastavano.

Degli altri due presenti, uno, la cui croce dorata sulla cappa viola indicava chiaramente la posizione di comandante, si trovava seduto oltre il fuoco, con la schiena appoggiata al tronco morto di un albero annerito da qualche passato fulmine. Al suo fianco erano appoggiate al terreno una corta spada e una balestra pesante, la cui nera freccia incoccata rifletteva lievemente i raggi lunari.

In grembo aveva un lungo, ritorto corno da segnalazione, rivestito da lamelle d'argento e decorato al centro con l'ippogrifo rampante incoronato, lo stesso simbolo che contrassegnava le cappe a rombi viola e verdi dei tre armigeri, che tormentava accarezzandolo nervosamente con la sua mano destra, ornata da un grande anello nobiliare,

L'ultimo era in piedi, appena oltre il limite del piccolo avamposto di guardia. Si appoggiava ad una lunga, pesante alabarda mentre scrutava vigile la valle sottostante, oltre il piccolo rado boschetto che cresceva lungo il lieve declivio della collina.



L'alto elmo metallico e il lungo paranaso conferivano un aspetto feroce e maturo a Valentin, un ragazzo in realtà imberbe, appena giunto ai diciott'anni e al suo primo anno di arruolamento nella compagnia mercenaria del Duca di Eastland.

Il silenzio quasi magico della notte era rotto solo da alcuni lontani stridii di uccelli in volo, e dal saltuario verso di un gufo in caccia notturna.

Improvvisamente Valentin udì alcuni rumori provenire dal bosco. Passi pesanti, rami spezzati e un lieve ansito. Strinse più forte l'asta dell'alabarda tra le dita, respirò profondamente e a lungo un paio di volte, quindi, certo che qualcuno o qualcosa si stesse avvicinando, rapidamente volse lo sguardo verso l'uomo seduto e sottovoce iniziò a parlargli.

< mio signore Gunther, qualcuno si sta avvicinando alla posizione da sud-est, dal bosco >

L'uomo si riscosse dai profondi pensieri che lo tormentavano e alzò di scatto la testa. In silenzio infilò la spada nel fodero al fianco e alzandosi raccolse la balestra, lasciando così penzolare al fianco il corno, trattenuto da sottili stringhe di cuoio, quindi si avvicinò ai dormienti destandoli rapidamente e senza far rumore.

I due, veterani esperti, senza fare alcun rumore calzarono gli elmi, raccolsero le alabarde e si posizionarono dietro i due mantelletti in nervosa attesa.

Gunther si avvicinò a Valentin e lo fece retrocedere in silenzio dietro la protezione dei due ripari mobili, quindi, mentre con la destra stringeva nervosamente l'impugnatura della balestra, con la sinistra portò alla bocca il corno. Prese poi un lungo respiro, pronto a segnalare, con l'inconfondibile suono, un allarme al campo principale.

Il rumore si fece più forte, scuotendo ulteriormente i nervi tesi dei quattro uomini. Sapevano tutti perfettamente che se si fosse trattato di un attacco avrebbero avuto giusto il tempo di suonare l'allarme, poi sarebbero stati rapidamente sopraffatti ed uccisi. Le loro menti erano perciò ora pervase da visioni di morte, di sofferenza e di incomprensibile fine, mentre le loro mani sbiancavano nello stringere forte le armi e i respiri si facevano sempre più brevi e nervosi. Infine una figura solitaria sbucò dagli ultimi alberi, camminando e barcollando verso la cima della collina.

I soldati continuarono a scrutare nel buio, ascoltando attenti, ma null'altro turbava la quiete della notte fuorché quella esile presenza che si dirigeva, un poco malferma, verso di loro.

Quando, ormai illuminato dalla luce delle lune e a pochi passi dal posto di guardia, videro il volto di chi li aveva così spaventati, un sospiro di sollievo uscì contemporaneamente dalle quattro gole riarse dalla tensione. Una giovane ragazza bionda, bellissima e solo parzialmente coperta da una grigia veste a brandelli si fermò immobile, sorpresa ed evidentemente terrorizzata, a guardarli con immensi e brillanti occhi verdi. La tensione dei quattro si liberò in un istante, sostituita da un insieme di curiosità e desiderio.

Il comandante Ghunter si mosse rapido. Prima che la fanciulla potesse scappare lasciò la balestra, uscì dalla protezione dei mantelletti e con la mano destra le afferrò e strinse il polso sottile. La sua pelle era calda, liscia, e gli sembrò quasi di poter sentire lo scorrere frenetico del sangue e il ritmico, intenso battito del cuore. Il suo sguardo si posò sulle lunghe, splendide gambe che la corta e strappata veste rivelava abbondantemente, quindi sulla vita sottilissima e sui piccoli, sodi seni, i cui capezzoli inturgiditi forse dalla fresca aria notturna o dallo sfregamento della ruvida veste sembravano voler quasi forare la stoffa per correre via nella notte. Ciò che lo lasciò però veramente senza fiato, immobile, fu la profondità dello sguardo di lei, l'abisso di gioie e piaceri che inspiegabilmente i suoi occhi lasciavano intravedere, e si senti come precipitare in quei due verdi laghi gemelli.

I due uomini alle sue spalle, vedendolo immobile si avvicinarono, sussurrando tra loro a bassa voce, con gli occhi fissi sul quel corpo perfetto, così simile ai loro più sfrenati sogni proibiti.

< chi sarà? da dove può essere saltata fuori questa? >

Disse Gart, il più vecchio, tormentandosi con la mano la lunga barba ormai brizzolata.

< dev'essere una schiava, o una serva fuggita da qualche castello qui intorno, potremmo persino divertirci un po' se non ci fosse quel damerino >

Replicò con un sussurro l'altro, Zed, mentre senza rendersene conto si mordeva il labbro inferiore senza riuscire a distogliere lo sguardo dalle forme sinuose della ragazza.

I due la affiancarono, mentre era ancora trattenuta dal comandante. La veste, sulla schiena, era ridotta in condizioni ancora peggiori. Fuggendo doveva essere rimasta spesso impigliata in quei fitti rovi dalle acide e violacee bacche così frequenti nella zona, gli ampi strappi rivelavano l'assenza totale di biancheria. Le forme deliziose del sedere di lei erano una calamita per la mente e il corpo dei soldati, che non vedevano una donna da diversi mesi, e che una bella così forse non l'avevano mai vista.

Inconsciamente Gart allungò la mano, insinuandola in uno squarcio e giungendo ad accarezzare e stringerle una natica. La giovane sobbalzò guardandosi intorno spaventata, incrociando così gli occhi dei due uomini, Anch'essi videro nei suoi la promessa di infinite delizie. Lei si divincolò gettandosi in ginocchio di fronte al comandante, abbrancandosi alle sue gambe, e con una voce dolce e timorosa gli chiese aiuto e protezione.

Per Gunther l'attimo in cui perse il contatto con quegli ipnotici occhi verdi fu come un brusco risveglio da un bellissimo sogno. Sapeva di dover offrire protezione e rifugio all'innocente ragazza, il suo onore di nobile e cavaliere lo vincolava ad un comportamento esemplare in certi frangenti. Si apprestò a redarguire ferocemente i soldati, quando si rese conto che le braccia che lo stringevano, e soprattutto il calore intenso del viso stretto a lui gli stavano provocando una immediata e prepotente erezione.

Restò nuovamente come paralizzato dalle reazioni del suo corpo. Incredulo si rese conto che la guancia di lei stava ormai premendo forte sulla sua eccitazione, che poteva quasi sentire il calore del suo respiro attraverso la stoffa e che, ma non poteva esserne proprio certo, i denti di lei lo avevano sfiorato.

I soldati osservarono la scena a bocca aperta, il volto del loro comandante era come trasfigurato dal desiderio, inoltre, gettandosi in ginocchio così, la veste era rimasta scostata e sollevata, rivelando un sedere stupendo che racchiudeva come un tesoro due piccole, umide, rosee e totalmente glabre labbra appena socchiuse.

Nessuno di loro un attimo dopo avrebbe ricordato esattamente come fosse successo, soprattutto Gunther, ma all'improvviso sentì le lunghe, morbide e affusolate dita di lei che stringevano il suo membro eretto, contrastandone le forti pulsazioni, per poi tirarlo a sé e avvolgerlo tra le labbra, succhiando, leccando e baciando come preda di una sete disperata.

Persi nell'incredibile spettacolo che avveniva di fronte ai loro increduli occhi, i due veterani aprirono semplicemente le mani, così che le alabarde piombarono a terra con un sordo tonfo. I due si guardarono e, senza parlare, con solo un cenno d'intesa si avvicinarono alla ragazza liberandosi rapidamente della sopravveste, della cotta in cuoio e dei pantaloni.

Zed si inginocchiò dietro la ragazza, e cominciò ad accarezzarla. Così da vicino l'odore dell'eccitazione di lei era intenso, inebriante. Due dita nodose, forti e rudi scivolarono senza resistenza dentro di lei, provocando l'inarcarsi della sua schiena e l'istintivo protendersi indietro dei candidi, stupendi fianchi.

Nel frattempo Gart, utilizzando abilmente il lungo e affilato stiletto che portava sempre nascosto nello stivale, con un sol gesto lacerò definitivamente la veste grigia lungo la schiena, che cadde così a terra esponendo totalmente alla loro vista la meravigliosa nudità di lei.

Decisamente nessuno di loro aveva mai visto una siffatta perfezione, un corpo così sinuoso, ardente e sensuale, una pelle così liscia, quasi lucida nel riflettere la tenue luce delle lune e delle stelle. Una perfezione interrotta soltanto da due sottili linee scure, leggermente a "v", che percorrevano la schiena dal sedere alle spalle. Probabilmente cicatrici di frusta, pensò Gart, dando così credito alla sua prima ipotesi di una schiava fuggiasca.

Lei, senza smettere di leccare e succhiare avidamente, allungò la mano sinistra afferrando a Gart il membro già duro, iniziando ad accarezzarlo, stringendolo forte e assecondandone le pulsazioni e i tremiti. Intanto Zed, completamente vinto dall'inebriante profumo delle sue intimità affondò la lingua dentro di lei, alternandola e a volte unendola alle dita e penetrandola e leccandola a fondo, alternativamente nel culo, così stretto, tenero ed elastico, e nella fica glabra, piccola, rosea ed ormai grondante piacere.

Valentin era rimasto in piedi, impietrito. L'alabarda ancora perfettamente verticale, la punta inferiore saldamente piantata nel terreno, le mani che stringevano spasmodicamente il manico di scuro durissimo legno. Guardava, ma in realtà non riusciva ancora a comprendere pienamente ciò che vedeva, come se una nebbia di incredulità si fosse alzata tra lui e quel lubrico, incredibile, lussurioso animale a quattro teste che si dimenava oscenamente a pochi metri da lui. L'unica cosa che lo vincolava duramente alla realtà era lo stato di intensa, quasi dolorosa eccitazione che lo spettacolo gli provocava.

Egli aveva già avuto per la verità qualche esperienza sessuale. Un paio di procaci ragazze del suo villaggio che si erano rotolate con lui nel fieno, con un contorno di toccamenti vari e rapidi orgasmi rubati e una grassa prostituta dall'alito pestilenziale con cui aveva tristemente perso la verginità oltre a tutto l'acconto della paga, alla prima libera uscita dopo l'arruolamento. Quello cui stava assistendo ora però, andava oltre persino le sue notturne, solitarie, sfrenate fantasie masturbatorie.

Oltre tutto parte della sua coscienza si ribellava perché, nonostante l'apparente soddisfatta partecipazione, la ragazza era di fatto, a suo modo di vedere, costretta dalle circostanze a comportarsi così. Una fanciulla di tale assoluta, rara bellezza e apparente innocenza non poteva che essere nel profondo disgustata da tale abominio.

Così rimaneva immobile, con sottili gocce di sudore che piano scendevano intorno alla calotta del elmo, combattuto tra il desiderio spasmodico di partecipare e quello di fermare quella che per lui restava un'insana aggressione e liberare così la ragazza, che nell'elucubrazione mentale che ormai l'attanagliava gli sarebbe stata immensamente grata, magari persino pronta poi a fuggire con lui verso una vita intera di passioni e avventure.

Intanto quell'innocente oggetto delle sue fantasie, stringendolo sempre con la mano, attirò Gart sotto di se e con un unico esperto movimento si impalò a fondo sul suo membro durissimo, iniziando poi a muoversi su e giù con studiata lentezza. Spinse poi indietro piano il sedere verso Zed, con un malcelato lascivo invito, senza mai smettere di far scivolare labbra e lingua con rumorosa e umida passione sull'asta del comandante, che ormai tremava vistosamente e gemeva ad ogni succhiata più profonda

Zed seguì ogni movimento con lo sguardo, mordendosi le labbra per il desiderio, quindi le afferrò i fianchi e avvicinò la rossa, dura e gonfia cappella alla piccola e tenera apertura ancora libera. Con un solo potente colpo di reni entrò profondamente dentro di lei, invadendole le viscere e spingendo poi sempre più ferocemente, adeguandosi al ritmo che ormai era palesemente dettato dai sinuosi movimenti di quel meraviglioso corpo, preda ormai di un'evidente frenesia carnale.

I movimenti dei quattro si fecero sempre più rapidi, più smaniosi, i corpi erano ormai votati ad un profondo reciproco desiderio di piacere, di sfrenata e selvaggia lussuria, un vero inno alla soddisfazione carnale, al godimento primevo.

Il primo a cedere fu Gunther, che con un urlo venne copiosamente nella bocca di lei. Le sue guance si incavarono tanto fu lungo e possente il risucchio con cui si nutrì di ogni goccia del suo seme, quasi gli stesse suggendo insieme anche l'anima. Quindi quasi contemporaneamente si riversarono dentro di lei gli altri due uomini, tra forti e frequenti contrazioni delle altre sue bocche di piacere, che assorbirono interamente la loro essenza seminale.

A Gunther tremavano le gambe così tanto che quasi si stupì di essere rimasto in piedi. Stava esalando lenti e lunghi ansiti e mai nella sua vita si era sentito così svuotato, così distrutto come dopo quell'incredibile, indimenticabile orgasmo. Abbassò lo sguardo su di lei, che stava ancora giocando con labbra e lingua sul suo membro ormai rilassato e rimpicciolito. Vide i biondi capelli che come un velo le circondavano la testa, quindi la vide inarcare il collo e incontrò nuovamente i suoi occhi.

Questa volta però ciò che vide lo lasciò sorpreso. Dove era certo di aver visto fino a pochi momenti prima due meravigliose iridi color smeraldo, ora lo fissavano due scarlatte sfere di fuoco liquido, con ombre di onde nere che sembravano espandersi dal loro centro. Poi la bocca della ragazza si aprì lentamente, sempre di più. Un apertura innaturale, troppo ampia pensò la piccola parte ancora razionale del suo cervello. Infine quei piccoli, candidi e perfetti denti mutarono in lunghe ferine e taglienti zanne appuntite.

I suoi occhi e la sua bocca si spalancarono in un muto orribile, disperato grido e nello stesso istante le orride fauci si chiusero con uno scatto tremendo sul suo inguine, lacerando e strappando via in un sol morso pene e testicoli. Sinuosamente poi voltò indietro il viso, leccandosi le labbra, mentre Gunther cadeva all'indietro urlando acutamente in mezzo ad altissimi zampilli del suo stesso sangue.

Gli altri due uomini, con la mente ancora offuscata dal piacere e dalla stanchezza restarono sbigottiti e reagirono con troppo, colpevole ritardo. Lei si voltò rapida, ancora in ginocchio e le mani, dalle cui dita lunghe e sottili erano magicamente spuntati neri artigli acuminati, guizzarono verso le loro gole fendendole con un unico, elegante ed agile movimento. Annegò così nel sangue le loro tardive grida, che si spensero in un gorgoglìo orribile mentre scivolavano entrambi a terra, come pupazzi cui il burattinaio ha appena tagliato i fili con un solo preciso colpo di forbice. L'ultima immagine che rimase impressa nei loro occhi sconvolti fu un volto diabolico, gocciolante sangue, con occhi rossi terribili e un feroce e raccapricciante sorriso.

Infine la donna si alzò in piedi e guardò l'unico superstirte profondamente negli occhi. Valentin era atterrito, incapace di muovere un solo muscolo. Un attimo prima aveva visto i suoi compagni indulgere nell'estasi e nel piacere, ora due erano indiscutibilmente morti e il comandante era raggomitolato in un lago di sangue, mentre i suoi lamenti si facevano ogni istante più deboli. Quell'essere, quella che gli era sembrata una fata volata fuori da una delle sue fiabe preferite, stava lentamente venendo verso di lui, mutando gradualmente e in modo incredibile.

Si fermò a poco più di quattro passi di distanza, nuda e orribilmente macchiata da abbondanti schizzi di sangue, ma sempre bellissima. La sua pelle era ora notevolmente più scura, color dell'ambra, i suoi capelli erano divenuti più neri del giaietto, quasi tendenti al blu, e corti, raccolti in sottili punte dritte che si sollevavano all'indietro. Gli orecchi si erano appuntiti e le labbra, ora molto più rosse, erano atteggiate in un sottile sorriso, rivelando lievemente i denti, ora tornati misteriosamente piccoli e bianchissimi che contrastavano ancora più meravigliosamente sulla pelle abbronzata. Infine gli occhi, divenuti più grandi e rossi sembravano scavare nella sua anima come due spade.

Lei lo guardò curiosa, senza malevolenza. La sua natura permeata dal caos le stava suggerendo molte differenti soluzioni riguardo a quello splendido giovane esemplare di maschio umano. Certo avrebbe potuto sedurlo, già ora stava lentamente soggiacendo al potere ipnotico dei suoi occhi. Poteva persino godersi anche lui e poi lasciarlo fuggire, senza dubbio i suoi racconti avrebbero accresciuto la sua fama e leggenda, e certamente avrebbe passato il resto della sua vita sognandola, svegliandosi ogni notte in preda ad incubi con lei come protagonista. Oppure poteva nutrirsi di lui, anche se ora dopo aver già consumato tre uomini la sua sete di piacere e energia vitale era momentaneamente placata.

Valentin era ancora immobile, come paralizzato. Non riusciva a distogliere lo sguardo da quegli occhi che parevano divorarlo. La vide avvicinarsi senza riuscire a fare null'altro che guardare, poi osservò il lieve inarcarsi curioso del suo sopracciglio sinistro. Intuì che stava pensando, soppesandolo e vide poi un lieve sorriso farsi largo sulle labbra, ancora così lucenti e desiderabili.

Fu in quel momento che, con un barlume di coscienza si rese conto di essere bagnato, il suo corpo aveva istintivamente ceduto alla paura. Un impeto di vergogna, di rabbia e odio per se stesso, per la sua debolezza lo invase, spezzando però in questo modo l'incanto che lo intrappolava. Ebbe come un sussulto, scosse la testa e ricaccio una lacrima di rabbia e il nodo che sentiva crescere nella gola. La sua mente iniziò a vorticare, mentre prendeva rapidamente vera coscienza dell'accaduto, della probabile natura del demone che si trovava di fronte a lui, e del suo dovere di umano e soldato. I mesi di addestramento fecero immediata presa. In pochi istanti valutò la situazione e ciò che lo circondava, quindi la distanza che lo separava dal corpo ormai immobile di Gunther e soprattutto dal corno che giaceva abbandonato, sporco di sangue, al suo fianco.

Fu solo un'occhiata brevissima, ma a lei non sfuggi. Inarcò questa volta il sopracciglio destro e la bocca assunse un aria corrucciata. Era come se i pensieri del ragazzo le avessero parlato direttamente, sapeva cosa stava accadendo e ora la conclusione era inevitabile. Schiocco un paio di volte il collo muovendolo a destra e sinistra, quindi, con perfetta naturalezza, dalla punta delle dita della mano destra sbucarono ancora lunghi sottili neri artigli, mentre l'impercettibile mordersi il labbro inferiore tradiva un lieve nervosismo.

Muscoli esercitati da un anno di estenuanti e ripetitivi esercizi fecero impugnare a Valentin fluidamente l'alabarda. La sollevò rapido in alto a sinistra in posizione d'attacco, fece due veloci passi avanti, quindi fintò un fendente alla testa per poi recuperare in un lampo e affondare un colpo di punta che l'avrebbe senza dubbio impalata. Grande fu il suo stupore quando affondò nel nulla.

Veloce, lei si era mossa troppo velocemente, innaturalmente. Sentì il suo invadente, eccitante profumo ancora prima di vedere gli occhi rossi a poche dita dal suo viso. La sua mano sinistra si serrò salda, forte, troppo forte sul manico ligneo dell'arma, proprio in mezzo alle sue mani, bloccandola. Poi avvertì un profondo, incredibile dolore al petto, mentre gli artigli laceravano veste, cotta, carne e ossa come burro, per poi fuoriuscire rapidi. Ebbe ancora una fugace visione di qualcosa di scuro, pulsante e sanguinante stretto nella mano ora sollevata davanti al suo volto, quindi i suoi giovani occhi si spensero, sull'espressione quasi dispiaciuta del volto di lei. Il corpo ormai senza vita scivolò lento a terra, strusciandole addosso come volesse toccarla almeno una volta, bagnandola di sangue ancora caldo e fumante.

Lo seguì cadere con lo sguardo finchè non fu a terra tra i suoi piedi nudi, quindi lentamente avvicinò al viso la mano. Il cuore, appena strappato dal corpo si contrasse in un ultimo leggero battito. Lo osservò facendo spallucce, quindi con pochi rapidi morsi lo divorò, leccandosi poi le dita e gli affilati artigli. Terminato il massacro si guardò intorno, e la sua attenzione fu attratta da pallide luci che iniziavano ad apparire al confine est della lunga e stretta valle sottostante. Le luci di un piccolo esercito in marcia notturna.

Sorrise, aveva finito il suo lavoro giusto in tempo. Entro poche ore la colonna del Conte sarebbe finita proprio inaspettatamente nel mezzo dell'accampamento notturno dell'esercito del Duca di Eastland e la battaglia che inevitabilmente sarebbe seguita sarebbe stata una delle più caotiche e cruente del decennio. Allargo le braccia verso il cielo, stiracchiandosi e ridendo. Adorava quei momenti di calma prima della tempesta.

Non avrebbe mai potuto ringraziare abbastanza quel giovane, stupido incompetente mago che l'aveva così incoscientemente evocata, lasciandosi perdipiù così facilmente irretire da liberarla sul piano materiale. Il suo era stato il primo dei molti cuori che aveva assaggiato e ancora ne rammentava il dolce sapore.

Con un dito raccolse una goccia di sangue dal capezzolo sinistro, la lecco, quindi chiuse un attimo gli occhi facendo appello ad uno dei suoi innati poteri. Il suo corpo fu avvolto per alcuni secondi dal fuoco, fiamme azzurre ed ardenti che vaporizzarono ogni traccia di sangue e sporcizia, lasciando la sua pelle nuovamente liscia e perfetta. Lunghe, setose e nere ali membranose scaturirono improvvise dalle due sottili linee scure della schiena. Con un silenzioso, voluttuoso sbattere, Gulfora, la succube si alzò in volo verso la valle, seguendo la colonna di armati pronta ad assistere alla carneficina.

 

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